”I ritratti della Libertà”. Intervista alla fotografa dominicana Angelis de la Rosa

Quest’anno, il sempre fitto programma di celebrazioni del «Mese della Patria Dominicana», organizzato dall’associazione Promuove RD, è stato aperto dalla mostra fotografica  «I ritratti della Libertà» di Angelis de la Rosa. Gli scatti della giovane fotografa nativa di Santo Domingo, visibili presso la Casa del Municipio Roma I in via Galilei n.53 dalle ore 10 alle 18 fino al 13 febbraio e che si vorrebbe divenissero itineranti, intendono celebrare l’identità dominicana all’estero. In occasione dell’inaugurazione della Mostra, il 4 febbraio scorso, l’abbiamo intervistata per voi.

 

Quando hai sentito per la prima volta il richiamo dell’Arte? E soprattutto, è stata fin da subito la fotografia l’Arte che ti ha sedotto?

Ad essere sinceri, non è stata la fotografia la prima forma d’Arte che – per dir così – mi ha sedotto. Forse sarà perché noi dominicani abbiamo il ritmo nel sangue, ma devo dire che è stata la danza ad avvicinarmi al mondo dell’Arte. E lo ha fatto quando ero ancora una bambina; quindi fin dalla tenera età.

 

Dai 5 ai 12 anni hai frequentato la Escuela de Artes Plásticas a Santo Domingo; quali sono i ricordi legati a quel primo approccio col mondo dell’Arte?

Come dicevo pocanzi, già un pochino attraverso la danza mi ero avvicinata al mondo dell’Arte; ma è solo a scuola che ho compreso che l’Arte ha davvero tanti modi di esprimersi. Avere come Maestro di pittura e disegno il celebre pittore dominicano Cándido Bidó è stato un privilegio unico. È stato lui ad insegnarmi il rispetto per l’Arte! Era bellissima l’aria che si respirava lì; ognuno, sia studenti che insegnanti, metteva passione in ciò che faceva e trasferiva i propri sentimenti su tela. Poi dopo ci sono stati gli anni trascorsi al Politecnico; con un percorso di studi che comprendeva ben 21 materie! Insomma ho ricevuto davvero tanti stimoli; ma poi come sempre accade ad ognuno di noi, è la vita che ti aiuta a compiere delle scelte, a trovare la tua strada.

 

 

A proposito del POMAVID (Politécnico María de la Altagracia), come definiresti questa esperienza formativa, visto che ti sei diplomata come Tecnico informatico? Si è trattato forse di una sorta di pausa di riflessione dall’Arte?

Io credo che in realtà non esistano “pause di riflessione” vere e proprie nella vita. Infatti, per quanto lo studio dell’informatica possa sembrare quanto più distante possa esserci dalla fotografia, mi ha permesso di affinare il mio pragmatismo ed il mio essere una persona metodica. Due aspetti che riverso quotidianamente nel mio lavoro artistico. Pragmatismo, metodicità ed Arte non sono mondi in contrasto tra loro; ma possono benissimo comunicare. Dal loro mix, la creatività non ne viene danneggiata; anzi…

 

All’età di 18 anni ti sei trasferita in Italia. Perché proprio l’Italia? Cosa ti ha spinto ad attraversare il charco?

Perché proprio l’Italia? Beh perché in Italia ho raggiunto mia mamma che si era trasferita qui già da qualche anno, in cerca di maggior fortuna. In realtà il mio trasferimento in Italia non è stato fin da subito definitivo. Ricordo che mia madre, all’epoca, mi fece una proposta tanto semplice quanto gravida di conseguenze; mi disse: vieni a conoscere questo paese, rimanici per un periodo, guardati intorno, datti il tempo di ambientarti un minimo e poi dopo decidi se restare o se tornare a Santo Domingo dal resto della famiglia. Il mio essere una persona curiosa, mi spinse ad accettare quella proposta. Quindi, in definitiva, posso dire che è stata la voglia di riabbracciare mia mamma, unita alla curiosità, che mi ha spinto ad attraversare il charco.

 

Quando e come è avvenuto il tuo incontro con la fotografia? Si è trattato di un colpo di fulmine?

Il mio incontro con la fotografia è coinciso con il mio arrivo in Italia nel 2014. Ed “artefice” di questo incontro è stato uno zio che, volendomi dare il benvenuto, mi regalò una sua vecchia macchina fotografica. Più che parlare di colpo di fulmine, penso sia più corretto dire che il mio legame con la fotografia è venuto crescendo e rafforzandosi nel tempo; forse un po’ come avviene tra due buoni amici che, soltanto a distanza di tempo, finiscono per scoprirsi incapaci di vivere lontano l’uno dall’altro. Quella prima macchina fotografica, rigorosamente analogica, mi ha permesso di tenere una sorta di diario del mio arrivo ed ambientamento in Italia. Mi ha permesso di fermare, di fissare il ricordo di tante esperienze che altrimenti oggi risulterebbero inevitabilmente, almeno in parte, sbiadite nella memoria.

 

 

Come si diventa fotografi? In base alla tua esperienza può l’intuizione sopperire la mancanza di uno studio specifico?

A costo di risultare antipatica, credo che per quanto l’intuizione sia un aspetto importante dell’essere fotografi – o più in generale, dell’essere artista – lo studio sia imprescindibile. Soltanto lo studio ti permette di dominare il mezzo tecnico. Attenzione, non voglio esaltare i tecnicismi od i cosiddetti “trucchi del mestiere”; ma bisogna riconoscere che alle volte aiutano, in quanto permettono all’artista di tradurre in immagine, suoni, parole, ciò che egli ha prefigurato nella sua testa. Poi, a mio modo di vedere, per diventare fotografi, bisogna innanzitutto essere dotati di grande sensibilità, di grande empatia.

 

«Il telefono cellulare è arrivato nelle nostre borse e tasche come la versione ultramoderna del coltellino svizzero. Offre così tante funzioni che […] Poco importa […] che una macchina fotografica superi in nitidezza lo schermo del cellulare. L’aspetto gratificante è la condensazione di opportunità» (Juan Villoro, scrittore e giornalista messicano, in “¿Hay vida en la Tierra?”)

 

Come ti collochi rispetto all’utilizzo dello smartphone per scattare fotografie? Ciò ha reso di fatto la fotografia un’arte alla portata di tutti, anche dei profani?

Anche qui credo di andare controcorrente dicendo che non è lo strumento a fare il fotografo! Sicuramente lo smartphone ha reso “democratica” la fotografia; l’ha resa senz’altro più “pratica”, più “snella”. Se si vuole scattare una fotografia, se si vuole fissare un ricordo, adesso non occorre più andare in giro con obiettivi e cavalletto; ma bisogna essere coscienti che si sta rinunciando ai dettagli. Insomma con lo smartphone si potrà sì catturare il momento, ma non l’essenza.

 

Uno dei maestri dell’espressionismo astratto, il fotografo americano Aaron Siskind, ha scritto: «La fotografia è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ciò che hai catturato nella pellicola è catturato per sempre. Ti ricorda piccole cose, molto tempo dopo averle dimenticate». Condividi questa definizione?

La condivido nella maniera più assoluta! Per come vivo io la fotografia – cioè una somma di eleganza, precisione, stile, emozioni – essa richiede tempi lunghi… Alle volte per ottenere la foto che si vuole, occorre scattare per ore ed ore. Insomma ben più del rapido click offertoci dallo smartphone. Per non parlare poi di quando le fotografie andavano portate a stampare… Adesso si scattano molte più foto rispetto a prima, ma restano tutte nelle memorie dei telefoni. E questo lo trovo un po’ triste… Sono ricordi / non ricordi. Un tempo invece gli album fotografici erano dei veri e propri libri di racconti, che tutti sfogliavamo emozionandoci!

 

«Io non fotografo la vita reale, ma la vita come mi piacerebbe che fosse» (Robert Doisneau, fotografo francese)

Tu invece cosa fotografi: la vita reale o la vita come ti piacerebbe che fosse?

Ti rispondo dicendo che dipende dal contesto. Ti porto due esempi. In occasione della presente Mostra fotografica, intitolata “I ritratti della libertà”, ho voluto parlare di cosa è “essere dominicano”; e ho voluto che fossero i volti di modelle e modelli improvvisati a farlo, per di più colti mentre sfilavano per le strade di Roma in occasione del Desfile de la Independencia dominicana, lo scorso anno. Sono dunque i loro volti a raccontare del legame indissolubile con la nostra terra, dell’amore per il nostro tricolore, dell’orgoglio per le nostre origini e la nostra storia. In questo caso mi sono limitata a fotografare quella che Doisneau chiamava “la vita reale”.

 

“I tuoi veri colori”

Mentre invece, per una Mostra dedicata al tema della femminilità realizzata qualche anno fa, attraverso foto quali “Il mio supporto”, “Ombre” , “Profili” , “I tuoi veri colori”, ho voluto essere io la narratrice; o meglio, la co-narratrice di tanti messaggi. Sono scatti realizzati in studio; dove le pose sono studiate, ed anche l’angolazione della luce è frutto di un intervento da parte mia. Quindi, bene o male, ho fotografato la vita come mi piacerebbe che fosse.

 

Se volessi descriverci con una sorta di tweet la Mostra “I ritratti della libertà”, come la presenteresti?

Non è semplice… Non è affatto semplice, ma ci provo. Vediamo… Con questa Mostra ho voluto porre l’accento su una riflessione che mi è capitato di fare più volte con amici e parenti, ovvero che per quanto esista una sola Repubblica Dominicana, concretamente, nella quotidianità, ognuno di noi la declina a modo suo. Ognuno di noi, in maniera più o meno inconsapevole, finisce per esserne una sorta di ambasciatore od ambasciatrice nel mondo. Pertanto i miei scatti, quei ritratti testimoniano una Repubblica Dominicana senza confini spazio – temporali, una Repubblica Dominicana transnazionale e transgenerazionale.

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